venerdì 22 agosto 2014

4 milioni e mezzo di italiani vittime di errori giudiziari

4 milioni e mezzo di italiani vittime di errori giudiziari 

Sono uomini bagnati. Con il freddo nelle ossa, per sempre. 

"Sa come si dice dalle mie partì? Chi è stato bruciato dall’acqua calda ha paura anche dell’acqua fredda". 
Le "parti" di Francesco Masala sono la Calabria e una stanza muta dove ha soggiornato per dieci armi, scontando una pena più lunga (16 anni) per un omicidio compiuto da un altro, un criminale con tanto di pedigree. 

Lui, Masala, nel novembre del 1985 era un ragazzo che sei mesi prima aveva messo un mattone nella costruzione del suo futuro, prendendo la Maturità. Quel mattone divenne cemento, a destra, sinistra, sopra, sotto. Una porta blindata era il diversivo di quest’orizzonte negato. La Regione “maledetta" 

Dal dopoguerra al 2003 quattro milioni di persone sono state vittime di errori giudiziari o ingiusta detenzione o prosciolti perché il fatto non sussiste. 

Questo enorme numero è già vicino ai quattro milioni e mezzo, se esteso al tempo odierno. Per quantità si tratta dell’intera popolazione di Toscana e Umbria assieme. Ci si arriva con un’interpretazione ampia ma corretta di "errore giudiziario", che in senso stretto si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio, un condannato viene riconosciuto innocente in seguito a un nuovo processo, detto di revisione. 

Nell’ultimo mese sono finite sui giornali le storie di tre uomini detenuti per molti anni ma innocenti. Gente del sud, dove l’errore giudiziario è più frequente del doppio rispetto al resto d’Italia (statistica evinta dai risarcimenti, riconosciuti nel 54% dei casi da giudici delle procure del Meridione). 

Ma la macchina della giustizia s’inceppa a ogni curva della penisola: i dati "freschi" dell’ultimo rapporto Eurispes sul processo penale diagnosticano una crisi strutturale del sistema: il 75% dei procedimenti fissati per il dibattimento vengono rinviati. 

Così si dilata il tempo d’attesa per la giustizia, producendo un altro pericolo per la tenuta dello Stato di diritto: in carcere abitano più presunti innocenti che detenuti condannati con pena definitiva. 

Per la Costituzione, la presunzione d’innocenza accompagna l’imputato fino alla sentenza definitiva. 

L’attesa 
Secondo un rapporto del ministero della Giustizia, su 53 mila detenuti complessivi 16.740 sono in attesa del primo giudizio, 9.600 dell’appello, 3.200 del giudizio della Cassazione: il totale di questa popolazione carceraria "sospesa" è assai maggiore dei 22 mila detenuti perché condannati in via definitiva. 

Quando si è chiusi dentro per cose che non hai mai fatto, il tempo ti mangia lo stomaco. Provi a fare una vita normale, ma ci vuole forza. Sai di essere innocente, e aspetti convinto che prima o poi qualcosa accada. 

Nella storia di Felice Turco, siciliano di Gela, ci sono otto processi e un’ammissione di colpa che abbrevierà i tempi del processo di revisione: è la stessa procura di Caltanissetta che ha rinnegato la soluzione ai delitti del 1998. Morirono un commerciante e un ragazzo (Fortunato Belladonna, 16enne) accusato di essere l’esecutore dell’altro omicidio. 

La coinquilina di Belladonna era la testimone del delitto del commerciante: per questo i due episodi furono collegati. 

Il nome di Felice Turco fu un depistaggio dei pentiti di mafia. Prese l’ergastolo, la pena massima, con sentenza definitiva. 
Adesso sono sette i collaboratori di giustizia che lo scagionano, "Turco non c’entra niente". Colui che lo accusò con più vigore si è suicidato dopo aver ammesso la menzogna. 

Come racconta Turco, l’uomo innocente ha una speranza da coltivare, che il tempo consuma giorno dopo giorno come il moccolo di una candela

E se la storia del siciliano potrà essere risarcita in sede civile, questo finale è vietato a chi è ingiustamente incolpato e poi prosciolto. 

Nel nostro ordinamento non esiste una norma che "indennizza l’ingiusta imputazione”. “Al contrario andrà risarcito chi è stato detenuto per errore, anche nel caso di custodia cautelare". 
Lo ha confermato la sentenza della Cassazione del 13 marzo 2008, sollecitata dalla richiesta di risarcimento di un professionista accusato di bancarotta fraudolenta e poi assolto. 
Nel "giro" si seppe dell’incriminazione, e gli affari del tizio andarono in malora. 

Il pastore 
Melchiorre Contena ha occhi sorridenti, umidi. Andò a trovarlo nel suo appartamento nel senese perfino il Tg1, nel podere dove nel 1977 viveva di pastorizia. 
Il 31 gennaio di quell’anno, poche colline più a sud, l’imprenditore milanese Marzio Ostini venne rapito. 
La famiglia pagò, i rapitori sparirono. Di Ostini non si saprà più niente. Sono gli anni dell’Anonima sequestri, sono terre dove lavorano molti pastori emigrati dall’isola. 

Gli inquirenti picchiarono subito nel mondo dei pastori sardi. Uno di loro, Andrea Curreli, venne fermato che vagava senz’arte né parte con due targhe in tasca di auto rubate. 

Interrogato, snocciolò una fantasiosa verità, risolvendo d’un colpo il caso-Ostini: "Il sequestro è stato pianificato al podere dei Contena". È un racconto lardellato di evidenti rancori e bugie. Si scoprì che Curreli aveva lavorato come servo pastore per Contena e fu allontanato perché inaffidabile. Non era una confessione ma una vendetta. Eppure quelle parole inchioderanno Contena nella sua cella. 

Il pastore di Orune ha oggi un filo di voce, ancor meno memoria. Un maledetto ictus gli ha complicato i ricordi. 
Sarebbero serviti a raccontare una vita intera passata nel posto sbagliato, per colpa d’altri, senza sapore, a rimbalzare fra muri spessi e grigi e cancelli di ferro. 

Con la lucida consapevolezza di essere vittima del furto più atroce, quello della libertà. Derubata in nome del popolo italiano: 31 anni di carcere, e altri 10 passati nel limbo di una parvenza di libertà ritrovata, ma l’onore ancora no, per quello ha dovuto attendere il 18 luglio scorso, quando la corte d’assise dell’Aquila scrive: "Contena è innocente". 

Ha gli occhi felici perché adesso, con i capelli bianchi e la stanchezza della vecchiaia, si fa compagnia con la dignità e l’onore che i giudici gli avevano tolto. 

Per lui, parla la moglie, Miracolosa Goddi. 
C’è sempre stata, nella buona e nella cattiva sorte: "Non c’interessano i soldi. Hanno detto che i Contena sono persone perbene. Questo volevamo". 

Ogni tanto lo Stato paga: 

Il ministero dell’Economia conteggia in 213 milioni di euro i soldi sborsati nel periodo 2004-2007 per risarcire le vittime di errore giudiziario e per custodia cautelare ingiusta (il grosso del malloppo). 

I risarciti sono 3.600: il 90% italiani, il 10% stranieri, perché si difende chi può. 

Le donne 
Non sono storie di denaro, ma sono storie d’amore. Francesco Masala era un ragazzino, dunque. E il futuro già dietro le spalle. Lei sapeva che Francesco era innocente, il suo Francesco, che cresceva e restava un bell’uomo, un metro e 85, spalle larghe, viso dolce, occhi inarcati e castani, capello lungo, barba che va e viene. Lei c’è anche oggi, 23 anni dopo. 

E cosentino come i protagonisti, che da vent’anni ha "questo tarlo: far capire ai giudici che Francesco è innocente". Quella sera di novembre aveva la colpa di essere sul marciapiede di piazza Kennedy accanto a Sergio Palmieri, impiegato comunale. 

Si riparavano dalla pioggia. Un killer conosciuto e sanguinario freddò Palmieri, due colpi precisi. Molti i testimoni, nessuno fece il nome dell’assassino. 

I poliziotti torchiarono un coetaneo e conoscente di Masala, finché non gli fecero ammettere di aver visto sparare l’amico. Il "falso" testimone affermerà 23 anni dopo: "Non ho mai detto di aver visto Masala con la pistola in mano. Lo interpretarono gli inquirenti". 

Vi furono dubbi, una prima scarcerazione di un anno, nel 1989 (e Masala fu chiamato al servizio di leva!). Indefesso, il procuratore generale fece ricorso e la Cassazione lo accolse, rispedendo il calabrese in carcere. 

Il presidente della Suprema Corte era Corrado Carnevale, quello che semmai scarcerava i mafiosi. Il tarlo rode ancora l’avvocato: "Il processo di revisione è cominciato otto anni fa, a Salerno. Le procure sono oberate di carichi, e dilatano nel tempo la conclusione di un processo che deve certificare un loro errore. 

E per la causa civile serviranno altri dieci anni". Questo succede: l’Italia è lo Stato maggiormente sanzionato dalla Corte europea. 

I capi d’accusa di Strasburgo: lentezza nei processi e nei risarcimenti. Masala oggi è sposato e fa il manovale in una ditta di telefoni. Ha una figlia, "volevo che sapesse che sono innocente". 

(fonte: L'Unità , 5 gennaio 2009) 

Edoardo Montolli Panorama

http://news.panorama.it/politica/in-giustizia/Malagiustizia-l-incredibile-caso-di-Raffaello-Accordi

Malagiustizia: il calvario di Raffaello Accordi

Un uomo di 61 anni che non parlò per paura di un boss camorrista e un'accusa di omicidio che - nonostante le incongruenze - lo rincorre da venticinque anni



di Edoardo Montolli

In Grecia gli è bastato difendersi da solo per dimostrare la propria innocenza ed evitare l’ergastolo. In Italia, invece, i giudici non gli hanno mai creduto: da 24 anni giura che l’omicidio per cui è stato condannato, fonte di tutti i suoi guai, non lo ha mai commesso. 
Tre testimoni oculari lo confermano, e pure un rapporto dei carabinieri indica il vero autore del delitto, ma non c’è verso di riaprire il caso. «La cosa sorprendente» spiega il suo avvocato Claudio Defilippi «è che la Corte d’appello di Venezia ha ammesso la revisione del processo grazie ai nuovi testimoni che avevamo trovato. Ma poi, senza nemmeno ascoltarli, l’ha dichiarata inammissibile».
Protagonista di questa odissea giudiziaria è Raffaello Accordi, 61 anni, che oggi vive in affitto in un casolare della campagna veneta con l’anziana madre, la convivente e la figlia di 9 anni, e che quando comincia questa storia kafkiana è un imprenditore di successo. «Poi un giorno ho commesso una cazzata» ammette, scuotendo la testa. «Però non ho ucciso io Giovanni De Luca: era il mio migliore amico».
LA STORIA
La storia inizia nel 1987, quando Accordi apre un bar e un concessionario di auto da 800 metri quadri a Gazzo Veronese. «Ero il miglior venditore di macchine della zona» sorride l’uomo. Ma arriva la crisi economica: alcuni clienti non lo pagano. «Mi trovai in rosso di 80 milioni di lire». L’idea per uscirne la prospetta un uomo di cui è diventato amico: l’ex commerciante di giocattoli Giovanni De Luca. «Vendeva macchine rubate, ma con documenti apparentemente in regola. Di fronte allo spettro di perdere tutto, orchestrai la cazzata: gli comprai tre auto a 7 milioni, le vendetti a una società di leasing per 30 e due me le feci rigirare dallo stesso leasing. In questo modo non fregavo nessuno e potevo disporre di liquidi».
Ma la Procura di Genova, che indaga sul giro, lo scopre in fretta. E gli contesta non l’incauto acquisto, ma il traffico internazionale di auto. «Cosa potevo dire? Raccontai di essere vittima di un raggiro di De Luca, il quale, tanto, viveva in Spagna. Aggiunsi che mi doveva 60 milioni di lire, mentre in verità me ne aveva fatti guadagnare 70». Il processo inizia, ma viene rinviato per ben 16 anni. Sembra un dettaglio, ma non lo è.
IL DELITTO
Il disastro accade due anni dopo. «La sera del 21 agosto 1989, mentre andavo ai Lidi Ferraresi, seppi da mio mio fratello che De Luca, appena rientrato in Italia, si era presentato al mio bar con la compagna e il figlio di lei. Ma appresi pure che Antonio Galasso, un boss della camorra in soggiorno obbligato, uno che aveva comperato auto proprio da lui, voleva parlargli nel suo capannone. Siccome mi riferirono che il boss era ubriaco, tornai indietro».
Nel capannone a Venera di Sanguinetto (Verona) ci sono diverse persone. «Galasso salutò calorosamente De Luca. Ma poi, all’improvviso, sferrò una testata, spaccandogli il naso. Quindi lo infilzò sulla coscia con quattro coltellate. Non ebbi nemmeno il tempo di capire: vidi il mio amico che sanguiva: lo caricai subito in auto e corsi all’ospedale. Non sembrava grave. Andammo così a Mantova, in modo che, per via della balla raccontata sul traffico d’auto, nessuno ci scoprisse insieme. Lo lasciai all’ingresso del pronto soccorso. Poi filai dalla sua compagna facendo finta di nulla e aspettando una sua telefonata».
De Luca, invece, muore la mattina successiva: una delle coltellate gli ha infatti reciso l’arteria femorale. Iniziano le indagini su quell’omicidio. I poliziotti scoprono dalla compagna del morto che era previsto un incontro con Accordi. Così vanno a interrogarlo: «Nessuno però mi disse subito che era morto. E io pensavo che gli agenti volessero chiedermi ancora della storia del traffico d’auto. Ripetei allora la balla del debito che De Luca aveva verso di me. E m’inventai pure che era stato aggredito da due tizi in macchina. D’altra parte mica potevo dire che Galasso lo aveva accoltellato: il boss avrebbe scannato me e la mia famiglia. I poliziotti mi lasciarono parlare. E alla fine mi rivelarono che De Lucaera morto. Insomma, avevo infilato da solo la testa nel cappio».
Accordi viene arrestato per omicidio preterintenzionale in concorso con ignoti. Per gli inquirenti, Accordi avrebbe ucciso De Luca a causa del famigerato debito. Certo, è strano che uno accoltelli un tizio, lo porti in ospedale e poi fornisca sul vassoio il movente alla polizia. «Ma se il processo sul traffico d’auto si fosse fatto subito, sarebbe venuto fuori che De Luca non aveva alcun debito con me». Dell’amicizia tra i due parlano anche la madre e dalla compagna della vittima. Ma ci vogliono 5 anni perché il tribunale di Mantova assolva Accordi per non aver commesso il fatto. «Avevo già perso tutto. E mi portavo addosso un marchio da criminale».
Qualcuno ne approfitta. «Ero in povertà, e un tizio mi chiese di accompagnarlo in Grecia. Sulla sua auto trovarono 6 chili di eroina. Mi crollò il mondo addosso: ci diedero l’ergastolo in 20 minuti. Mi misi a studiare lingua e legge greca. E, mentre il coimputato accusava me portando in aula gli articoli sul delitto De Luca, in appello mi difesi da solo, senza avvocati. E dimostrai la mia innocenza».
Ma il labirinto s’infittisce. Perché, intanto in Italia i guai continuano a cadere sulla testa di Accordi: gli affibbiano una rapina commessa mentre era detenuto a Salonicco e non appena rientra in patria lo riprocessano anche per tentata introduzione di droga sul territorio nazionale, cioè il reato da cui è appena stato assolto in Grecia. Archiviate queste due inchieste, ecco la mazzata finale: nel processo di appello a Brescia per l’omicidio De Luca, Accordi viene condannato a 5 anni e 4 mesi. Movente, luogo e complici del delitto non saranno mai individuati.
È il 1998. «Speravo che fossero gli altri presenti nel capannone a dire la verità. Ma tutti avevano paura di Galasso». Un anno più tardi la sentenza viene confermata dalla Cassazione e diventa definitiva. Ma Accordi intanto si fa altri 9 mesi di galera a Firenze per il traffico di droga, prima che il giudice si accorga che non c’entra niente: «Sicchè, per la condanna per omicidio, tolti i nove mesi di ingiusta detenzione a Firenze e i 20 mesi ingiusti in Grecia, più la parte scontata all’inizio, mi restavano da scontare tre anni circa. Uscii dal carcere nel 2001». Tre anni più tardi giunge però anche la condanna per il traffico di auto rubate, il processo che doveva iniziare 16 anni prima. E il solo che, a sentire Accordi, avrebbe una ragione di esistere.
REVISIONE
Da tutto il resto delle accuse, invece, l’uomo continua a proclamarsi innocente Possibile? Di certo, a confermare che non c’entra con l’omicidio c’è il racconto di tre diversi testimoni e perfino un rapporto dei carabinieri di Legnago, che parlava di una telefonata anonima mai controllata, risalente a cinque giorni dopo il delitto, in cui una voce riferiva di aver visto Accordi caricare De Luca ferito sulla propria auto, fuori dal capannone di Galasso.
Il boss finì così indagato nel 2005, ma pochi mesi dopo morì in un conflitto a fuoco tra camorristi. E il caso non si riaprì più. «Dopo la prigione andai a vivere in Spagna» dice Accordi. «Nel 2011 sono tornato per accudire mia madre. E ho fatto invano due richieste di revisione».
La Cassazione, a metà novembre, ha confermato il verdetto della Corte d’appello di Venezia: quest’ultima ha ritenuto inattendibili i tre testimoni, senza però averli ascoltati. E ha ritenuto inattendibile anche il fatto che Accordi non abbia mai parlato per paura di un boss camorrista. Ma è l’ultimo dettaglio, ripreso dalla vecchia sentenza di condanna per omicidio a Brescia, che inquieta e dà ragione ad Accordi, dimostrando che il marchio affibbiatogli sia stata la causa di tutto. Scrivono infatti i giudici: «Non si può trascurare il fatto che Accordi risulta essere stato detenuto in Grecia in relazione a un rilevante traffico di sostanze stupefacenti»
Peccato che Accordi, in Grecia, sia stato assolto.